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In Treatment ( da un idea di Hagai Levi e Rodrigo Garcia - 2008)

Se vi siete stancati del classico trio di protagonisti dei telefilm americani composto da poliziotti-medici-avvocati e volete vedere un serial piu' riflessivo, In Treatment fa per voi. Il protagonista di questo serial ideato da Hagai Levi e Rodrigo Garcia per la HBO ed ispirato dalla serie israeliana Be'Tipul dello stesso Hagai Levi, e' infatti uno psicologo che per la maggior parte delle 43 puntate sta comodamente seduto nel suo accogliente studio in cui accoglie per cinque giorni alla settimana i suoi pazienti.

Paul Weston (Gabriel Byrne) e' infatti uno psicoterapeuta ormai di mezz'eta' e di buona fama, con un'attivita' affermata ed una conoscenza piena del lavoro dello psicologo. La serie e' divisa in settimane, in tutto nove con l'ultima settimana che e' composta pero' da sole tre puntate. Ogni giorno della settimana per tutta la durata della serie assisteremo alle sedute di terapia dello stesso personaggio.


Il lunedi e' il giorno di Laura (Melissa George), una ragazza trentenne insicura e con problemi affettivi molto forti, dipendenti probabilmente dalla morte della madre e da un padre non sempre presente. Il martedi e' la volta di Alex (Blair Underwood), un pilota di marina arrogante e sicuro di se, costretto alla terapia dopo che per un errore aveva ricevuto l'ordine di lanciare un missile su una scuola coranica piena di bambini. Il mercoledi e' il giorno di terapia per Sophie (Mia Wasikowska), un'adolescente con problemi legati al particolare rapporto che ha con i genitori e che ha tentato il suicidio spinta dalla sua insicurezza. Il giovedi' e' dedicato a una coppia che cerca di salvare il proprio matrimonio, Jake (Josh Charles) e Amy (Embeth Davidz), due persone molto diverse tra loro ma che si sentono attratte e respinte proprio da questa diversita'. Il venerdi finisce per essere invece il giorno che lo stesso Paul dedica al tentativo di recupero del proprio rapporto con la moglie Kate (Michelle Forbes) attraverso l'aiuto della amica e psicoterapeuta Gina Toll (Dianne Wiest).

Nonostante che, come ho detto inizialmente, la storia sia quasi totalmente ambientata in interno e non sia particolarmente movimentata, In Treatment finisce per diventare velocemente una droga, sia grazie ai ritmi e alle storie, sia soprattutto grazie alla bravura degli attori primo fra tutti il potagonista Gabriel Byrne. Devo ammettere che non pensavo che una serie di questo tipo potesse reggere per 43 puntate (anche se dalla durata limitata di 20 minuti circa) e rimanere sempre interessante. A tratti le storie dei vari pazienti diventano addiritura emozionanti e nella fase finale delle nove settimane si puo' quasi vedere come le ore passate a parlare con Paul abbiano sortito un effetto sui personaggi.


Posso dire che la notizia che ci sara' una seconda stagione e' sicuramente positiva perche' se gli autori continueranno a costruire puntate misurate e mai eccessive come queste passate il risultato sara' sicuramente di valore. Ho parlato di Gabriel Byrne ma anche tutti gli altri attori hanno lasciato la loro impronta, coinvolgendomi in modo molto realistico. In pochi serial si puo' per esempio mantenere la telecamera fissa su un un primo piano per vari secondi ed osservare l'espressione del personaggio senza che questo debba per forza dire una battuta e rimanere comunque colpiti. Anche in questo caso secondo me la HBO ha presentato un prodotto originale e di ottima qualita', secondo me uno dei migliori nuovi serial della stagione.

Final Fantasy VII : Advent Children (Tetsuya Nomura - 2004)


 Dedicargli un "micropost" sarebbe stato troppo poco, ma anche un lungo post e' forse eccessivo. Non perche' Final Fantasy VII : Advent Children sia brutto, ma perche' in un certo senso non e' un vero film. Splendide infatti le sequenze animate, soprattutto quelle di combattimento, ma oltre a questo rimane un po' poco, con una trama poco credibile ed una storia creata quasi come pretesto per la dimostrazione della bravura nella grafica degli autori. Comunque interessante ed a tratti davvero spettacolare.

Dead Man (Jim Jarmusch - 1995)

Oggi impieghero' il mio tempo per convincervi che Dead Man e' un grande film e che Johnny Depp e' un grandissimo attore. Dead Man e' un film del 1995 con un giovane Depp, e' un Western anomalo in bianco e nero che sembra piu' un lungo sogno che una storia reale.

William Blake e' un contabile che lascia la sua citta' per andare a lavorare in Arizona, senza sapere che il suo posto e' gia' stato assegnato ad un altro uomo. Coinvolto casualmente in un'omicidio, e' costretto a fuggire dalla citta' rincorso da tagliagole senza scrupoli e sceriffi federali. Sara' durante questa fuga che incontrera' un indiano che lo scambiera' per il William Blake poeta e iniziera' forse solo qui il vero viaggio di Blake, un viaggio quasi mistico verso la morte e l'accettazione della realta' delle cose fino a diventare conscio del fatto che l'unica cosa sicura della vita e' proprio la sua fine.


Ma quello che piu' interessa nel film non e' tanto la sequenza degli avvenimenti ma il viaggio che Blake e l'indiano "Nessuno" compiono durante il racconto. Per Blake la fuga e' solamente un modo per mantenersi in vita mentre per "Nessuno" e' un viaggio mistico di preparazione, visione che alla fine verra' accettata forse involontariamente dallo stesso William Blake. E la trasformazione che avra' Johnny Deep nel film conferma questo passaggio, dal viso tranquillo e quasi immaturo dell'inizio del film con il suo cappello e gli occhialini tondi per arrivare ad un viso piu' sicuro, con dei segni indiani sul volto e niente piu' occhiali, quasi come se non fossero piu' necessari perche' finalmente ha trovato la sua vera strada.

Potrei scrivere molte parole su questo film ma non penso sia giusto ne' necessario, Dead Man e' un film che parla da solo e che anzi non ha bisogno di molte parole ma solo di essere guardato. Come se infondo un grande Johnny Deep e un'ottima colonna sonora di Neil Young non lo rendessero gia' per questo interessante.

Dexter - Terza Stagione (ideato da James Manos Jr. - 2008)

E' passato ormai un mese da quando ho visto l'ultima puntata della terza stagione di Dexter ed e' arrivato il momento di scrivere qualcosa in proposito. Giunto ormai alla terza stagione il serial americano poteva incorrere in una di quelle stagioni interlocutorie o peggio in una pessima annata come e' successo ad altre serie tv (Prison Break con la terza pessima stagione per esempio). Ma anche per questa dozzina di nuove puntate Dexter sembra essere immune a questa sorte. In questo post voglio spiegare perche' secondo me Dexter rimane anche per questa stagione un ottimo serial televisivo.

Negli ultimi mesi mi e' capitato di vedere due altri serial di genere thriller/poliziesco. Il primo e' Cold Case, un serial in cui i protagonisti sono i detective di una immaginaria sezione della omicidi di Filadelfia che si dedica in particolar modo alla riapertura di casi ormai messi da parte. La struttura delle puntate e' molto rigida, all'inizio vediamo i momenti in cui il crimine e' stato compiuto, ricostruendo soprattutto come costumi e musica gli anni presi in considerazione. Poi abbiamo le nuove indagini della squadra omicidi di Filadelfia ed infine solitamente un lieto fine con musica in sottofondo (in stile CSI Miami, non per niente i due serial sono prodotti dallo stesso Jerry Bruckheimer). Non c'e' un legame molto forte tra le diverse annate e si potrebbe in teoria andare avanti per 15 anni senza mai cambiare la struttura. Il secondo serial e' Bones, la cui protagonista e' Temperance Brennan, un'antropologa forense tratta dalle pagine dei libri di Kathy Reichs, che in questo caso e' anche produttrice dei film ed anch'essa antropologa forense oltre che scrittrice di successo. Nonostante Bones mantenga una struttura abbastanza classica e i toni della storia siano piuttosto leggeri, e' interessante perche' parla di un personaggio che e' tratto appunto da una serie di romanzi e ne considera quindi una evoluzione nel tempo (anche Temperance Brennan, per vari motivi e' una persona fredda ed apparentemente priva di emozioni comuni). Ma anche per Bones potremmo creare centinaia di puntate senza intaccarne piu' di tanto il personaggio creato inizialmente.


Cio' che distingue invece Dexter e' la sua evoluzione come personaggio con l'andare avanti del tempo e l'interdipendenza che si crea tra le varie stagioni del serial. Mentre con Bones e Cold Case le storie iniziano e finiscono quasi sempre all'interno della stessa puntata, con Dexter la storia va avanti per 12 puntate, piu' lunghe del normale per un totale di piu' di 10 ore disponibili per raccontare un'unica lunga storia. Come mi e' capitato gia' di dire si ha davanti una storia complessa raccontata con i modi ed i tempi di un romanzo thriller per esempio appunto di Kathy Reichs o di Patricia Cornwell. Il personaggio si evolve e il Dexter che ci troviamo davanti in questa terza stagione e' molto diverso da quello che abbiamo iniziato a conoscere nella prima serie. Quello era un Dexter piu' che freddo, senza emozioni. Ora invece abbiamo un uomo che ha una donna da amare e che presto si sposera' ed avra' un bambino.

Mentre in un poliziesco classico si hanno solitamente un insieme di storie dalla breve durata con in piu' i fatti personali dei vari protagonisti come contorno, in Dexter le vicende dei criminali che incontriamo nelle tre stagioni hanno un importanza pari a quella dell'evoluzione del personaggio, se non minore. E' qui secondo me che Dexter fa la vera differenza. Ed ovviamente evolvendo in questo modo il personaggio principale, non ci si puo' aspettare che le tre stagioni fino ad adesso viste siano per forza simili.


Indicati i pregi indiscutibili di Dexter in generale e di questa terza stagione in particolare, non si puo' pero' non sottolineare anche qualche piccolo difetto che secodo me e' visibile in questo terzo "romanzo" di Dexter. Quando avevamo da poco superato la meta' della stagione, un mio amico mi ha detto che non riusciva proprio ad immaginare chi potesse essere lo "scorticatore". Questa di solito e' una cosa positiva perche' vuol dire che lo sceneggiatore ha lavorato bene per non farci immaginare tutto subito. A meno che semplicemente non ci sia stato ancora presentato il personaggio in questione. Questo e' sicuramente il modo piu' semplice per presentare un nuovo killer inatteso, ma e' anche il piu' "facile" e il meno convincente. Anche il finale forse e' troppo sbrigativo, finendo per dare un risalto molto limitato alla storia del terribile "scorticatore". Va bene sottolineare l'evoluzione di Dexter ma va meno bene rendere meno solida la trama.

Anche evidenziando queste due pecche che secondo me ha questa terza stagione, non si puo' non ricordare che Dexter mantiene comunque un livello qualitativamente molto alto, non annoia mai e rimane sempre molto stimolante. Quanti altri serial possono dire di fare lo stesso?

Harsh Times (David Ayer - 2005)

Consigliato da qualcuno, non ricordo piu' chi, ho deciso di guardare Harsh Times, film dalla sceneggiatura di David Ayer, lo stesso di Training Day e dalla regia dello stesso Ayer. E' un gran bel film, che lascia soffisfatti e confusi.

Jim Davis (Christian Bale) e' un soldato americano che ha partecipato alla Guerra del Golfo mentre il suo amico Myke (Freddy Rodriguez) e' un ragazzo con una bella fidanzata (Eva Longoria) ma con problemi a trovare un lavoro. La situazione e' molto comune negli Stati Uniti che devono spesso affrontare il problema dei reduci che tornano a casa con problemi soprattutto psicologici. Harsh Times e' un film in un certo senso contro la guerra ma secondo me lo si puo' definire piu' un film contro questo modo di fare la guerra che tende a plasmare la societa' americana creando una distinzione ancora piu' forte tra chi si sporca le mani e chi invece si occupa solo di mantenere una situazione di eterno conflitto.


Il peso sociale di questo modo di fare e' fortissimo. Se e' pur vero che il numero dei morti tra le truppe americane e' sempre limitato rispetto a quello di chi vi si oppone, non si puo' pero' trascurare il fatto che molti dei reduci finisca per avere problemi psicologici che si ripercuoteranno su tutta la societa' civile. Jim Davis ne e' un esempio, niente di esageratamente evidente perche' Jim e' un buon soldato, sa come controllarsi ma sente anche che niente e' piu' come prima.

Sinceramente penso che una situazione di questo tipo sia molto pericolosa e debba essere affrontata il prima possibile dalle future amministrazioni americane, perche' si corre il rischio di sfilacciare quel tessuto sociale che e' il vero collante di una moderna societa' civile.

David Ayer analizza questi problemi senza farli diventare pesanti, spostando l'attenzione su due ragazzi che sembrano solo perdere un po' di tempo, al limite tra quello che e' legale e illegale, a un passo per quella tranquillita' che la societa' stessa si aspetta da loro.

Ma e' anche una storia di un'amicizia. E' la prima cosa che ho pensato quando ho visto questo film. E' una storia di due amici, che si conoscono da tanto tempo, che son rimasti lontani ma che hanno molte cose che li tengono legati. E l'amicizia tra due uomini e' una cosa particolare, che vive delle sensazioni e dei ricordi, in un equilibrio che non deve mai essere spezzato. Davvero un bel film.

Grindhouse - Death Proof (Quentin Tarantino - 2007)

Deathproof e' come un vecchio vinile un po' graffiato, suona male ma ti ipnotizza ed a forza di sentirlo ti affezioni a quei piccoli difetti e a quel fruscio che nel digitale non sentirai male. Deathproof non e' il quarto o quinto film di Tarantino, a seconda di come vogliate considerare le due parti di Kill Bill. E' una mezza sequenza di un progetto che in tutto il mondo avremmo dovuto vedere in coppia con la sua prima meta' creata da Rodriguez ma che in Europa e' stata diffusa nei cinema come un nuovo film del regista di Pulp Fiction.

Il segreto del fallimento o successo di DP sta tutto qua. Un fallimento se lo si considera un film a se perche' film non e', una storia ripetuta per due volte e sostanzialmente inconclusa che potrebbe continuare all'infinito con altre 100 ripetizioni, in un nuovo stato americano in qualche sperduta cittadina dimenticata da Dio. Un successo se lo si considera appunto come un esperimento da affiancare a Planet Terror di Rodriguez e lo si impacchetta per ottenere quel omaggio ai film d'exploitation che doveva essere Grindhouse.


Sembra che in effetti sia difficile avere una visione comune di questo film se si considera che in Europa e negli Stati Uniti sono state proiettate sequenze differenti, con la versione europea piu' lunga forse perche' il pubblico europeo "non avrebbe capito" o forse per rispondere al mezzo flop dei cinema americani. Il finale sostanzialmente non esiste e si rimane in attesa di qualcos'altro che non arriva. Ma non per dare un senso a quello che si e' visto ma perche' alla fine ci si e' abituati al non senso di Deathproof e si e' disposti a vedere ancora altre immagini.

Come succede spesso nei film (o mezzi film) di Tarantino, gli attori danno il massimo come succede in questo caso a Kurt Russell che poteva quasi venir dimenticato dal grande pubblico e la musica e le immagini son sempre curate. Volevate di piu'? Vi aspettavate il "nuovo film di Tarantino"? Mi spiace ma avete sbagliato film.

Quantum of Solace (Marc Forster - 2008)

Bond e' tornato, e questo e' il vero Bond. Per chi come me ha letto i romanzi di Ian Fleming questo 007 interpretato da Daniel Craig e' una sorta di liberazione dalla macchietta costruita negli anni dai vari registi che si sono incrociati con le gesta dell'agente segreto piu' famoso del mondo.

Se tralasciamo qualche pizzico di Sean Connery il resto e' sostanzialemnte quasi un disastro, con un Bond che e' a tratti quasi un supereroe alla Batman munito di gadget incredibili e con le emozioni di un 15enne. Sembrava quasi che la creazione dei vari film consistesse in nulla piu' che nella scelta della nuova bond-girl o nella messa in risalto di qualche super marchio in stile pubblicita' occulta. Per non parlare dei vari nemici, cosi' incredibili da sembrare alla lunga ridicoli.


Ma il Bond di Fleming non e' questo, ma un uomo piu' complesso che soffre, spietato ma non senza cuore, che si trova davanti problemi difficili e persone che lo aiutano perche' sanno di potersi fidare di lui. Il Bond di Daniel Craig e' quello che piu' si avvicina a questo personaggio che dalle pagine dei romanzi si e' proiettato negli schermi dei cinema incontrando ancor piu' successo.

Ma i tempi cambiano e se si vuole continuare a mantenere vivo un mito lo si deve far maturare. Il risultato e' davanti agli occhi di tutti. Al contrario di Casino Royale questo Quantum of Solace e' pero' un po' piu' altalenante e incompleto, la storia non e' cosi' coinvolgente e alla fine si rimane quasi in attesa di un finale piu' coinvolgente. Non mi sto contraddicendo, anzi.

Con questi due film abbiamo ritrovato il vero James Bond ma abbiamo bisogno di storie piu' curate e piu' complesse, non si puo' pensare che il pubblico si accontenti di vedere Daniel Craig andare da una parte all'altra del mondo col suo impeccabile stile. Se lo scopo era quello di creare un nuovo mito intorno a 007 l'obiettivo e' stato centrato. Ma ora serve una storia convincente, e serve subito.

13 Tzameti (Gela Babluani - 2005)

Un film adatto ad una serata di pieno inverno con la pioggia che da giorni cade incessante. 13 Tzameti e' claustrofobico, cupo, con poca voglia di svelare al pubblico il segreto che nasconde. Qual'e' quel misterioso affare che Sebastien insegue, nel quale e' finito un po' per caso un po' per curiosita' e dal quale sara' poi cosi' difficile uscirne?

Inutile nasconderlo, 13 Tzameti e' un film con una buona idea attorno alla quale ruota tutto il resto, dalla storia agli attori, dai colori alle ambientazioni, tutto deve portare ad un particolare momento e il regista e' bravo ad accompagnarci passo passo fino a svelarci il mistero prima che la tensione possa scemare.


Gia' dalla prima parte del film che sembra quasi un ritratto realista della vita dei protagonisti, si nota che in sottofondo cova qualcosa di diverso e l'apparente normalita' nasconde qualcosa di cui non si puo' parlare o forse piu' che altro di sconosciuto. Sebastien (George Babluani) non ha ne' l'aspetto ne' la parte di un protagonista come lo si cercherebbe in un film americano e persino il bianco e nero sul suo viso non fa altro che accentuare la sensazione che qualcosa stia per accadere.

13 Tzameti e' un film "piccolo" ma che mi ha stupito piacevolmente, non ha molto a che fare con il cinema americano e probabilmente non piacera' a chi si aspetta un evoluzione particolarmente scioccante del film ma gli altri non potranno rimanerne indifferenti. Da vedere assolutamente.