martedì 14 luglio 2009

24 - Day Seven (creato da Joel Surnow e Robert Cochran)



Cosa mi è piaciuto del Day Seven di 24 :

  1. 24 è sempre un gran telefilm, c'è poco da fare; l'elemento fondamentale è l'idea che sta alla base della serie e che anche dopo 7 stagioni mantiene il suo fascino. Inoltre la cura nella scelta degli attori e nella trama di ogni lunga giornata di Jack Bauer è sempre all'altezza;
  2. la serie si è rinnovata, abbandonando la costa occidentale degli Stati Uniti per non cadere in inutili ripetizioni ed in incongruenze fin troppo evidenti;
  3. Il Day Seven ha mantenuto un ritmo serrato mantenendo viva l'attenzione dello spettatore fino agli ultimi minuti;
Cosa non mi è piaciuto del Day Seven di 24 :
  1. probabilmente il confronto con la quarta e la quinta stagione è difficile da sotenere per chiunque. La perfezione di quelle due stagioni e l'equilibrio che gli sceneggiatori avevano raggiunto tra realtà e finzione rimangono irragiungibili;
  2. ci sono alcuni (pochi) buchi nella storia e semplificazioni che, mi ripeto, nelle due stagioni perfette non si sarebbero mai visti;
  3. si è rinnovato, ma non troppo e non del tutto. Son sicuro che gli sceneggiatori sarebbero voluti andare oltre, ma probabilmente la FOX non ha voluto esagerare (e spendere eccessivamente)

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lunedì 6 luglio 2009

E poi c'è Megan Fox...



Forse gli effetti speciali ci hanno gia' stupito la volta precedente, forse sembra quasi di aver gia' visto qualche immagine buttata là da Michael Bay, forse non si capiva bene qualche particolare e quasi sicuramente lo sceneggiatore dovra' fare un piccolo ripasso di geografia. Ma sinceramente nessuno penso si aspettasse un capolavoro. E il regista di Transformer: Revenge of the Fallen è bravo a non deluderci.

Ecco, dopo tutti questi forse, c'è pero' una sicurezza, e consiste nella bellezza mozzafiato di Megan Fox. E visto che Bay non sta li' solo a far esplodere edifici, ha pensato bene di deliziarci con riprese che mettessero in risalto il fascino della dea della guerra. Wow :D

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mercoledì 1 luglio 2009

10 serie televisive da non perdere

Una breve carrellata di dieci tra le migliori serie del decennio, alcune gia' finite ed altre ancora alla prima stagione ma tutte con una caratteristica che le rende uniche nel loro genere. Vorrei quasi non averle mai viste per poter iniziare a vederle da capo...

  1. 24 : c'è poco da dire, per me una delle migliori serie televisive in assoluto con una qualità altissima sotto ogni aspetto. Se qualcuno non ha mai visto 24 e si trova in mano i sette giorni fino ad ora creati, sarebbe meglio si prenotasse una settimana di vacanza in un posto tranquillo, insieme ad una tv e ad un lettore di DVD;
  2. Battlestar Galactica : probabilmente, anzi sicuramente, la migliore serie di fantascienza che abbia mai visto, matura e complessa come ci si aspetta da una serie moderna. A poche puntate dalla fine dell'intera serie non avevo ancora idea di come sarebbe finita.
  3. Californication : due stagioni fin'ora prodotte, con alcune delle prime puntate che mi avevano colpito in modo particolare, pungenti ed in alcuni casi piuttosto esplicite ma mai veramente volgari. E Fox Moulder ha finalmente smesso di andare a caccia di UFO.
  4. Dexter : fin'ora non ha sbagliato un colpo. Una stagione dopo l'altra senza che il nostro serial killer preferito sbagliasse perdesse di qualità e mantenendo sempre viva l'attenzione del pubblico. Grande!
  5. Generation Kill : in questo caso si tratta di una miniserie, ma mi è piaciuta cosi' tanto che non ne potrei farne a meno. Niente musica e niente finale consolatorio. La guerra e' dura e cruda, se volete poesia andate da un'altra parte. 
  6. In Treatment : non pensavo si potesse fare una serie tv ambientata completamente in uno studio di uno psicologo e non annoiare. Ma questa serie ci riesce in pieno. Bella e commovente.
  7. Lost : in poche parole LA SERIE, cioe' quella che per molti e' stata la prima serie tv da seguire settimana dopo settimana. Manca una sola stagione alla fine e siamo tutti in attesa.
  8. Mad Men : una serie matura, complessa e senza troppi fronzoli, dedicata ad un pubblico piu' esigente. Personaggi di sicuro fascino per un mondo che non esiste piu'.
  9. Pushing Daisies : che questa serie sia stata chiusa e' davvero inaccetabile! Una ventata di freschezza come non se ne vedeva da tempo e forse proprio la sua indecifrabilità e' stata la causa della sua fine. In ogni caso, speciale.
  10. True Blood : è appena iniziata la seconda stagione. Il tema e' dei piu' abusati, vampiri, licantropi e soci, ma il modo con cui lo si tratta, e' davvero unico.

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L'eta' passa ma i bei film rimangono sempre tali

Un esempio su come l'età di un film possa pesare relativamente sulla sua bellezza.

  • Blade Runner - Ridley Scott (1982) : fantascienza in stile cyberpunk, con un mondo ispirato ai romanzi di Dick ma che ha una sua valenza a prescindere da essi; personalmente lo considero un grandissimo film;
  • Matrix - Larry e Andy Wachowski (1999) : forse non è tutta farina del sacco dei Wachowski, ma la loro commistione di idee regge e si fa interessante, ed anche a dieci anni di distanza non se ne sente l'età;
  • Nirvana - Gabriele Salvatores (1997) : due anni in piu' di Matrix e ben 15 in meno di Blade Runner. In questo caso l'età si sente tutta e tra dieci anni sarà ancora peggio. E per di piu' e' un insieme di cose gia' viste, omaggi troppo espliciti e macchiette comiche provinciali che ora sono ancor piu' superate.
Ah si, Nirvana non mi è piaciuto.

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martedì 30 giugno 2009

Todo Modo (Elio Petri - 1976)


Criticabile quanto si vuole, ma a me questo film di Elio Petri, quasi dimenticato ed osteggiato che è uscito nei cinema lo stesso anno della mia nascita, è piaciuto ed anche molto. E poi un Gian Maria Volontè in versione Aldo Moro ed un Marcello Mastroianni nella parte di un prete cattivo e potente, non si vedono ogni giorno.

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venerdì 20 febbraio 2009

Un piccolo riassunto TV #4

Il mio piccolo riassunto si è fatto un pò attendere ma oggi mi sento ispirato ed allora ne approfitto per scrivere qualche riga. Nelle ultime settimane ho parlato di una splendida serie, In Treatment mentre attualmente seguo un paio delle mie serie preferite e cioè Battlestar Galactica che si avvia alla conclusione (mancano ormai solo cinque puntate alla fine) e Lost che con sei puntate ha dimostrato che questa quinta stagione è sicuramente all'altezza dei migliori momenti di questa serie.

Purtroppo non tutto e' allo stesso livello delle serie appena indicate e ringraziando Dio e' finalmente finita Stargate Atlantis, nel senso che a meno di qualche film per la TV non dovrebbero uscire più nuove puntate dello spin-off di SG1. Ho smesso anche di vedere The Mentalist perchè non mi sembra granchè originale (il tipo strano da poliziesco lo fa meglio il protagonista di Life).

Nel frattempo ho visto la quinta stagione di OZ (favolosa), e sto seguendo la seconda stagione di Weeds in italiano (sempre divertente, anzi ancora più di prima). Belle poi le prima puntate della seconda stagione di Flashpoint.

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Romanzo Criminale (Michele Placido - 2005)

Tra le tante "qualità" che noi italiani pensiamo di possedere, semmai unici al mondo o comunque diversi dagli altri, ce n'è una che non mi rende  particolarmente fiero, ed è quel continuo parlar male di noi stessi (inteso come altri italiani, diversi da noi singolo italiano), anche per il solo fatto di fare in modo che nessuno possa sentirsi davvero completamente apprezzato. Se la discussione si concentra sul cinema italiano, anche io non mi sono mai  tirato indietro quando c'era da sottolineare i difetti del cinema degli ultimi decenni (diciamo di quel periodo che riguada quasi tutta la mia vita), nei quali la nostra cinematografia ha spesso vissuti sui risultati del passato smettendo invece di costruire per il futuro. Fa piacere pero' che si trovino dei film, semmai rari, che lasciano soddisfatti e che possiamo considerare come complessivamente belli, lontani semmai dalla perfezione ma comunque degni di essere ricordati. Uno di questi film è secndo me Romanzo Criminale di Michele Placido.

Tratto dall'omonimo libro di Giancarlo De Cataldo, Romanzo Criminale prende in considerazione la storia di una delle bande criminali che hanno terrorizzato l'Italia in quel particolare momento storico che va dalla fine degli anni sessanta fino agli anni ottanta, la cosiddetta Banda della Magliana. Il libro di De Cataldo prima e il film di Michele Placido poi cercano di ricostruire quei legami oscuri tra chi apparteneva al crimine comune e chi invece faceva parte degli apparati di sicurezza dello Stato e che in alcuni casi si sono mossi verso direzioni comuni. Niente di poetico, non ci sono romantici criminali che lavorano per l'interesse dello stato ma semplicemente favori in cambio di favori per un fine superiore che puo' per alcuni giustificare i mezzi utilizzati.


Si puo' immaginare come trattando un argomento cosi' complesso e mai veramente chiarito ci sia il pericolo di semplificare eccessivamente la trama o al contrario renderla troppo complessa oppure come si possa politicizzare il tutto (lo facciamo un po' per qualsiasi cosa quindi non ci sarebbe nulla di strano) e criticarlo poi in base a queste conclusioni. Eppure questa volta Michele Placido col suo cinema quasi sempre impegnato centra il bersaglio ed ottiene un film equilibrato ed avvincente, in un certo senso un pò americano nei ritmi e nei temi, quasi come se avessimo a che fare con degli italo-americani coinvolti in complesse trame di potere in una qualche citta' degli Stati Uniti.

Ancora piu' incredibile è che finalmente si siano utilizzati gli attori che il cinema italiano ha per farli veramente recitare. Puo' sembrare banale ma la maggior parte delle volte sembra quasi che i nostri attori recitino al minimo dei giri, come se si sentissero umiliati dal copione o dalla poca importanza della loro opera. Inutile dire come recitare in una fiction televisiva italiana finisca secondo me per annullare la bravura degli attori appiattendo il livello generale, invece che fungere da punto di partenza almeno per i piu' giovani.

In conclusione ammetto di essere favorevolmente colpito dal film di Michele Placido. E' vero che ne avevo spesso sentito parlare in modo positivo ma vederlo è tutta un'altra cosa. Mi piacerebbe dire che potrebbe essere un punto da cui ripartire per un certo tipo di cinema impegnato, ma il film e' del 2005 e a quattro anni di distanza lo è stato solo in parte.

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giovedì 19 febbraio 2009

Kung Fu Panda (Mark Osborne e John Stevenson - 2008) - Ratatouille (Brad Bird e Jan Pinkava - 2007)

Sara' per la vecchiaia incombente, sara' per la stupidita' dilagante ma non ho piu' voglia di leggere commenti in cui le parole "film d'animazione" e "bambini" stiano nella stessa frase. Animazione, come tecnica cinematografica, non ha nulla a che vedere con "film per bambini", dovrebbe essere chiaro ormai a tutti, tranne a quei genitori che considerano i propri figli come degli omini in miniatura con una intelligenza limitata. L'animazione non deve nemmeno per forza far ridere, non deve essere simpatica, non deve avere un delicato messaggio da consegnare alle sensibili menti dei nostri pargoli. No no no! Non c'entra nulla! Mettete in moto quei due neuroni.

Dopo questa pacata micro analisi del genere passerei ai due film di cui volevo parlare, Kung Fu Panda e Ratatouille, come dire Dreamworks vs. Pixar (non dico Disney perche' sappiamo tutti, o quasi, che e' un'altra cosa [no, Bambi non c'entra nulla]). Il primo e' la storia di un grasso e poco atletico Panda che ha la fissa per il Kung Fu. Ovviamente nessuno pensa che un panda possa essere l'animale piu' adatto per un'arte marziale come il Kung Fu, ma questo non preoccupa il saggio maestro (una tartaruga), che lo designera' come strenuo difensore dei deboli e massimo rivale del temibile Guerriero Dragon. Il secondo invece e' la storia di un topolino di campagna che ha come massima aspirazione quella di diventare un grande cuoco, possibilmente rispettato dagli umani e seguendo i principi dello Chef Gusteau secondo il quale "chiunque puo' cucinare".


Entrambi i film sono carini e piacevoli, li segui tranquillamente senza noia ed il tempo scorre velocemente. Pero' nonostante quello che si puo' leggere in giro secondo me sono mediamente scontati. A mio parere non e' giusto trattare i film d'animazione in modo molto diverso da quanto si farebbe con dei film classici con attori veri. Ovvero e' giusto considerare per i primi anche l'aspetto tecnico riguardante la realizzazione grafica, ma e' giusto anche sottolineare come non si possa essere buoni se la trama diventa troppo presto prevedibile. In altre parole se dopo mezz'ora dall'inizio del film so gia' per sommi capi come andra' avanti la storia, probabilmente c'e' qualcosa che non va. Questo e' un aspetto che non trascurerei per un film non d'animazione e quindi mi sembra giusto prenderlo in considerazione anche in questo caso.

Non voglio certo dire che si tratti di due brutti film ma se li si paragona con alcuni loro predecessori (Pixar o Dreamworks fa lo stesso) la differenza si nota per non parlare del confronto per esempio con uno qualsiasi degli ultimi film di Miyazaki dotati sempre di un'anima che va oltre l'aspetto legato alla bellezza visiva dell'animazione.


Detto questo pero', e limitandoci appunto a Kung Fu Panda e Ratatouille, devo dire che anche questa volta la Pixar ne esce vincitrice. Non ci sono delle spiegazioni semplici da dare, sicuramente gli artisti della Dreamworks sono professionalmente all'altezza di quelli che lavorano per i loro diretti concorrenti, ma le animazioni Pixar, soprattutto per quanto riguarda i personaggi, sono dotati di una vitalita' e di una quantita' di espressioni tale che si puo' dire quasi che alla Pixar siano in grado di dare un'anima alle loro creature, livello di eccellenza che ancora non e' stato raggiunto invece dagli Studios Dreamworks. Guardate il panda Po, comunque simpatico, e poi guardate Ratatouille. Secondo me il confronto e' impari, il topino della Pixar e' anni luce avanti, ti coinvolge e fa sorridere anche senza fare nulla di particolare. Il panda della Dreamworks fa sorridere solo grazie alle azioni che svolge. E' una cosa molto diversa.

Per sintetizzare, due film piacevoli ma non ai massimi livelli rispetto al livello eccezzionale che i due studio's hanno saputo darci in passato. E poi e' arrivato Wall-E...

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giovedì 29 gennaio 2009

In Treatment ( da un idea di Hagai Levi e Rodrigo Garcia - 2008)

Se vi siete stancati del classico trio di protagonisti dei telefilm americani composto da poliziotti-medici-avvocati e volete vedere un serial piu' riflessivo, In Treatment fa per voi. Il protagonista di questo serial ideato da Hagai Levi e Rodrigo Garcia per la HBO ed ispirato dalla serie israeliana Be'Tipul dello stesso Hagai Levi, e' infatti uno psicologo che per la maggior parte delle 43 puntate sta comodamente seduto nel suo accogliente studio in cui accoglie per cinque giorni alla settimana i suoi pazienti.

Paul Weston (Gabriel Byrne) e' infatti uno psicoterapeuta ormai di mezz'eta' e di buona fama, con un'attivita' affermata ed una conoscenza piena del lavoro dello psicologo. La serie e' divisa in settimane, in tutto nove con l'ultima settimana che e' composta pero' da sole tre puntate. Ogni giorno della settimana per tutta la durata della serie assisteremo alle sedute di terapia dello stesso personaggio.


Il lunedi e' il giorno di Laura (Melissa George), una ragazza trentenne insicura e con problemi affettivi molto forti, dipendenti probabilmente dalla morte della madre e da un padre non sempre presente. Il martedi e' la volta di Alex (Blair Underwood), un pilota di marina arrogante e sicuro di se, costretto alla terapia dopo che per un errore aveva ricevuto l'ordine di lanciare un missile su una scuola coranica piena di bambini. Il mercoledi e' il giorno di terapia per Sophie (Mia Wasikowska), un'adolescente con problemi legati al particolare rapporto che ha con i genitori e che ha tentato il suicidio spinta dalla sua insicurezza. Il giovedi' e' dedicato a una coppia che cerca di salvare il proprio matrimonio, Jake (Josh Charles) e Amy (Embeth Davidz), due persone molto diverse tra loro ma che si sentono attratte e respinte proprio da questa diversita'. Il venerdi finisce per essere invece il giorno che lo stesso Paul dedica al tentativo di recupero del proprio rapporto con la moglie Kate (Michelle Forbes) attraverso l'aiuto della amica e psicoterapeuta Gina Toll (Dianne Wiest).

Nonostante che, come ho detto inizialmente, la storia sia quasi totalmente ambientata in interno e non sia particolarmente movimentata, In Treatment finisce per diventare velocemente una droga, sia grazie ai ritmi e alle storie, sia soprattutto grazie alla bravura degli attori primo fra tutti il potagonista Gabriel Byrne. Devo ammettere che non pensavo che una serie di questo tipo potesse reggere per 43 puntate (anche se dalla durata limitata di 20 minuti circa) e rimanere sempre interessante. A tratti le storie dei vari pazienti diventano addiritura emozionanti e nella fase finale delle nove settimane si puo' quasi vedere come le ore passate a parlare con Paul abbiano sortito un effetto sui personaggi.


Posso dire che la notizia che ci sara' una seconda stagione e' sicuramente positiva perche' se gli autori continueranno a costruire puntate misurate e mai eccessive come queste passate il risultato sara' sicuramente di valore. Ho parlato di Gabriel Byrne ma anche tutti gli altri attori hanno lasciato la loro impronta, coinvolgendomi in modo molto realistico. In pochi serial si puo' per esempio mantenere la telecamera fissa su un un primo piano per vari secondi ed osservare l'espressione del personaggio senza che questo debba per forza dire una battuta e rimanere comunque colpiti. Anche in questo caso secondo me la HBO ha presentato un prodotto originale e di ottima qualita', secondo me uno dei migliori nuovi serial della stagione.

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mercoledì 28 gennaio 2009

Final Fantasy VII : Advent Children (Tetsuya Nomura - 2004)


 Dedicargli un "micropost" sarebbe stato troppo poco, ma anche un lungo post e' forse eccessivo. Non perche' Final Fantasy VII : Advent Children sia brutto, ma perche' in un certo senso non e' un vero film. Splendide infatti le sequenze animate, soprattutto quelle di combattimento, ma oltre a questo rimane un po' poco, con una trama poco credibile ed una storia creata quasi come pretesto per la dimostrazione della bravura nella grafica degli autori. Comunque interessante ed a tratti davvero spettacolare.

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martedì 27 gennaio 2009

Dead Man (Jim Jarmusch - 1995)

Oggi impieghero' il mio tempo per convincervi che Dead Man e' un grande film e che Johnny Depp e' un grandissimo attore. Dead Man e' un film del 1995 con un giovane Depp, e' un Western anomalo in bianco e nero che sembra piu' un lungo sogno che una storia reale.

William Blake e' un contabile che lascia la sua citta' per andare a lavorare in Arizona, senza sapere che il suo posto e' gia' stato assegnato ad un altro uomo. Coinvolto casualmente in un'omicidio, e' costretto a fuggire dalla citta' rincorso da tagliagole senza scrupoli e sceriffi federali. Sara' durante questa fuga che incontrera' un indiano che lo scambiera' per il William Blake poeta e iniziera' forse solo qui il vero viaggio di Blake, un viaggio quasi mistico verso la morte e l'accettazione della realta' delle cose fino a diventare conscio del fatto che l'unica cosa sicura della vita e' proprio la sua fine.


Ma quello che piu' interessa nel film non e' tanto la sequenza degli avvenimenti ma il viaggio che Blake e l'indiano "Nessuno" compiono durante il racconto. Per Blake la fuga e' solamente un modo per mantenersi in vita mentre per "Nessuno" e' un viaggio mistico di preparazione, visione che alla fine verra' accettata forse involontariamente dallo stesso William Blake. E la trasformazione che avra' Johnny Deep nel film conferma questo passaggio, dal viso tranquillo e quasi immaturo dell'inizio del film con il suo cappello e gli occhialini tondi per arrivare ad un viso piu' sicuro, con dei segni indiani sul volto e niente piu' occhiali, quasi come se non fossero piu' necessari perche' finalmente ha trovato la sua vera strada.

Potrei scrivere molte parole su questo film ma non penso sia giusto ne' necessario, Dead Man e' un film che parla da solo e che anzi non ha bisogno di molte parole ma solo di essere guardato. Come se infondo un grande Johnny Deep e un'ottima colonna sonora di Neil Young non lo rendessero gia' per questo interessante.

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lunedì 26 gennaio 2009

Dexter - Terza Stagione (ideato da James Manos Jr. - 2008)

E' passato ormai un mese da quando ho visto l'ultima puntata della terza stagione di Dexter ed e' arrivato il momento di scrivere qualcosa in proposito. Giunto ormai alla terza stagione il serial americano poteva incorrere in una di quelle stagioni interlocutorie o peggio in una pessima annata come e' successo ad altre serie tv (Prison Break con la terza pessima stagione per esempio). Ma anche per questa dozzina di nuove puntate Dexter sembra essere immune a questa sorte. In questo post voglio spiegare perche' secondo me Dexter rimane anche per questa stagione un ottimo serial televisivo.

Negli ultimi mesi mi e' capitato di vedere due altri serial di genere thriller/poliziesco. Il primo e' Cold Case, un serial in cui i protagonisti sono i detective di una immaginaria sezione della omicidi di Filadelfia che si dedica in particolar modo alla riapertura di casi ormai messi da parte. La struttura delle puntate e' molto rigida, all'inizio vediamo i momenti in cui il crimine e' stato compiuto, ricostruendo soprattutto come costumi e musica gli anni presi in considerazione. Poi abbiamo le nuove indagini della squadra omicidi di Filadelfia ed infine solitamente un lieto fine con musica in sottofondo (in stile CSI Miami, non per niente i due serial sono prodotti dallo stesso Jerry Bruckheimer). Non c'e' un legame molto forte tra le diverse annate e si potrebbe in teoria andare avanti per 15 anni senza mai cambiare la struttura. Il secondo serial e' Bones, la cui protagonista e' Temperance Brennan, un'antropologa forense tratta dalle pagine dei libri di Kathy Reichs, che in questo caso e' anche produttrice dei film ed anch'essa antropologa forense oltre che scrittrice di successo. Nonostante Bones mantenga una struttura abbastanza classica e i toni della storia siano piuttosto leggeri, e' interessante perche' parla di un personaggio che e' tratto appunto da una serie di romanzi e ne considera quindi una evoluzione nel tempo (anche Temperance Brennan, per vari motivi e' una persona fredda ed apparentemente priva di emozioni comuni). Ma anche per Bones potremmo creare centinaia di puntate senza intaccarne piu' di tanto il personaggio creato inizialmente.


Cio' che distingue invece Dexter e' la sua evoluzione come personaggio con l'andare avanti del tempo e l'interdipendenza che si crea tra le varie stagioni del serial. Mentre con Bones e Cold Case le storie iniziano e finiscono quasi sempre all'interno della stessa puntata, con Dexter la storia va avanti per 12 puntate, piu' lunghe del normale per un totale di piu' di 10 ore disponibili per raccontare un'unica lunga storia. Come mi e' capitato gia' di dire si ha davanti una storia complessa raccontata con i modi ed i tempi di un romanzo thriller per esempio appunto di Kathy Reichs o di Patricia Cornwell. Il personaggio si evolve e il Dexter che ci troviamo davanti in questa terza stagione e' molto diverso da quello che abbiamo iniziato a conoscere nella prima serie. Quello era un Dexter piu' che freddo, senza emozioni. Ora invece abbiamo un uomo che ha una donna da amare e che presto si sposera' ed avra' un bambino.

Mentre in un poliziesco classico si hanno solitamente un insieme di storie dalla breve durata con in piu' i fatti personali dei vari protagonisti come contorno, in Dexter le vicende dei criminali che incontriamo nelle tre stagioni hanno un importanza pari a quella dell'evoluzione del personaggio, se non minore. E' qui secondo me che Dexter fa la vera differenza. Ed ovviamente evolvendo in questo modo il personaggio principale, non ci si puo' aspettare che le tre stagioni fino ad adesso viste siano per forza simili.


Indicati i pregi indiscutibili di Dexter in generale e di questa terza stagione in particolare, non si puo' pero' non sottolineare anche qualche piccolo difetto che secodo me e' visibile in questo terzo "romanzo" di Dexter. Quando avevamo da poco superato la meta' della stagione, un mio amico mi ha detto che non riusciva proprio ad immaginare chi potesse essere lo "scorticatore". Questa di solito e' una cosa positiva perche' vuol dire che lo sceneggiatore ha lavorato bene per non farci immaginare tutto subito. A meno che semplicemente non ci sia stato ancora presentato il personaggio in questione. Questo e' sicuramente il modo piu' semplice per presentare un nuovo killer inatteso, ma e' anche il piu' "facile" e il meno convincente. Anche il finale forse e' troppo sbrigativo, finendo per dare un risalto molto limitato alla storia del terribile "scorticatore". Va bene sottolineare l'evoluzione di Dexter ma va meno bene rendere meno solida la trama.

Anche evidenziando queste due pecche che secondo me ha questa terza stagione, non si puo' non ricordare che Dexter mantiene comunque un livello qualitativamente molto alto, non annoia mai e rimane sempre molto stimolante. Quanti altri serial possono dire di fare lo stesso?

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martedì 20 gennaio 2009

Harsh Times (David Ayer - 2005)

Consigliato da qualcuno, non ricordo piu' chi, ho deciso di guardare Harsh Times, film dalla sceneggiatura di David Ayer, lo stesso di Training Day e dalla regia dello stesso Ayer. E' un gran bel film, che lascia soffisfatti e confusi.

Jim Davis (Christian Bale) e' un soldato americano che ha partecipato alla Guerra del Golfo mentre il suo amico Myke (Freddy Rodriguez) e' un ragazzo con una bella fidanzata (Eva Longoria) ma con problemi a trovare un lavoro. La situazione e' molto comune negli Stati Uniti che devono spesso affrontare il problema dei reduci che tornano a casa con problemi soprattutto psicologici. Harsh Times e' un film in un certo senso contro la guerra ma secondo me lo si puo' definire piu' un film contro questo modo di fare la guerra che tende a plasmare la societa' americana creando una distinzione ancora piu' forte tra chi si sporca le mani e chi invece si occupa solo di mantenere una situazione di eterno conflitto.


Il peso sociale di questo modo di fare e' fortissimo. Se e' pur vero che il numero dei morti tra le truppe americane e' sempre limitato rispetto a quello di chi vi si oppone, non si puo' pero' trascurare il fatto che molti dei reduci finisca per avere problemi psicologici che si ripercuoteranno su tutta la societa' civile. Jim Davis ne e' un esempio, niente di esageratamente evidente perche' Jim e' un buon soldato, sa come controllarsi ma sente anche che niente e' piu' come prima.

Sinceramente penso che una situazione di questo tipo sia molto pericolosa e debba essere affrontata il prima possibile dalle future amministrazioni americane, perche' si corre il rischio di sfilacciare quel tessuto sociale che e' il vero collante di una moderna societa' civile.

David Ayer analizza questi problemi senza farli diventare pesanti, spostando l'attenzione su due ragazzi che sembrano solo perdere un po' di tempo, al limite tra quello che e' legale e illegale, a un passo per quella tranquillita' che la societa' stessa si aspetta da loro.

Ma e' anche una storia di un'amicizia. E' la prima cosa che ho pensato quando ho visto questo film. E' una storia di due amici, che si conoscono da tanto tempo, che son rimasti lontani ma che hanno molte cose che li tengono legati. E l'amicizia tra due uomini e' una cosa particolare, che vive delle sensazioni e dei ricordi, in un equilibrio che non deve mai essere spezzato. Davvero un bel film.

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giovedì 15 gennaio 2009

Grindhouse - Death Proof (Quentin Tarantino - 2007)

Deathproof e' come un vecchio vinile un po' graffiato, suona male ma ti ipnotizza ed a forza di sentirlo ti affezioni a quei piccoli difetti e a quel fruscio che nel digitale non sentirai male. Deathproof non e' il quarto o quinto film di Tarantino, a seconda di come vogliate considerare le due parti di Kill Bill. E' una mezza sequenza di un progetto che in tutto il mondo avremmo dovuto vedere in coppia con la sua prima meta' creata da Rodriguez ma che in Europa e' stata diffusa nei cinema come un nuovo film del regista di Pulp Fiction.

Il segreto del fallimento o successo di DP sta tutto qua. Un fallimento se lo si considera un film a se perche' film non e', una storia ripetuta per due volte e sostanzialmente inconclusa che potrebbe continuare all'infinito con altre 100 ripetizioni, in un nuovo stato americano in qualche sperduta cittadina dimenticata da Dio. Un successo se lo si considera appunto come un esperimento da affiancare a Planet Terror di Rodriguez e lo si impacchetta per ottenere quel omaggio ai film d'exploitation che doveva essere Grindhouse.


Sembra che in effetti sia difficile avere una visione comune di questo film se si considera che in Europa e negli Stati Uniti sono state proiettate sequenze differenti, con la versione europea piu' lunga forse perche' il pubblico europeo "non avrebbe capito" o forse per rispondere al mezzo flop dei cinema americani. Il finale sostanzialmente non esiste e si rimane in attesa di qualcos'altro che non arriva. Ma non per dare un senso a quello che si e' visto ma perche' alla fine ci si e' abituati al non senso di Deathproof e si e' disposti a vedere ancora altre immagini.

Come succede spesso nei film (o mezzi film) di Tarantino, gli attori danno il massimo come succede in questo caso a Kurt Russell che poteva quasi venir dimenticato dal grande pubblico e la musica e le immagini son sempre curate. Volevate di piu'? Vi aspettavate il "nuovo film di Tarantino"? Mi spiace ma avete sbagliato film.

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